mercoledì 29 ottobre 2008

Elezioni Usa: Paura per il Presidente.

La paura si sa, fa novanta. E nelle elezioni presidenziali americane sono molte le ansie e le tensioni che si stanno accumulando sui due fronti opposti. Uno dei timori più grandi riguarda addirittura la vita stessa dei due candidati.
Sì, perché da quando Obama ha vinto le primarie del partito democratico, nei pensieri di molti, tra analisti e supporters, ha cominciato a balenare l’idea che il primo candidato nero alla Casa Bianca potesse essere un obiettivo sensibile. Il riferimento non nasce solo da un certo tipo di estremismo razzista presente e radicato negli Usa, come del resto dimostrano anche recenti fatti di cronaca, ma anche dal programma politico antilobby che andrebbe a colpire, se il 4 novembre Obama dovesse diventare Presidente, molti interessi economici e politici costituiti. Ed è stato anche Timothy Garton Ash, dal suo sito, con un articolo pubblicato poi in Italia da la Repubblica di lunedì 27 ottobre, a descrivere le paure che si stanno facendo largo tra chi segue quotidianamente la campagna elettorale del candidato democratico. Garton Ash si sofferma anzitutto sul fatto che, nonostante si pensi diffusamente all’eventualità della possibile uccisione del senatore dell’Illinois, nessuno dei media nazionali americani abbia ancora menzionato questa eventualità, esercitando su di sé – sostiene il politologo americano – quasi una sorta di censura preventiva. Eppure le parole della candidata alla Vicepresidenza per il partito repubblicano, Sarah Palin non sono state proprio leggere quando ha parlato di Obama come di uno che “avrebbe fatto comunella con i terroristi”. Ma nella campagna elettorale il ticket repubblicano è arrivato anche ad associare il nome di Barack Obama al terrorista americano William Ayers e si è spinto fino a definirlo un antiamericano. Tutto questo fa parte della durezza della campagna - dicono dalle parti del Grand Old Party – ma non si può non giudicare almeno parzialmente come irresponsabili certe accuse mosse verso un avversario politico che rispecchia ampiamente il prototipo di candidato a rischio attentato.
Ma se Atene piange Sparta non ride verrebbe da dire. Sì, perché il candidato repubblicano John McCain non solo ha 72 anni ma pare anche dei seri problemi di salute, sostengono alcuni; tanto che oltre 2000 medici statunitensi avrebbero chiesto la pubblicazione delle sue cartelle cliniche al fine di rendere note le reali condizioni di salute del vecchio Maverick della politica americna. Infatti, ciò che preoccupa una parte sempre più consistente dell’opinione pubblica statunitense è che se McCain dovesse vincere le elezioni e poi improvvisamente venire a mancare a succedergli sarebbe la molto discussa Sarah Palin. L’ex governatrice dell’Alaska non è però ritenuta all’altezza di ricoprire il ruolo di grande comandante in capo. Se infatti dopo la Convention repubblicana Sarah Palin sembrava essere riuscita a risollevare le sorti della campagna di McCain, con il passare del tempo le sue gaffes hanno convinto un sempre maggior numero di americani della sua inadeguatezza a ricoprire un ruolo così importante. Alcuni guru dello staff di Bush hanno espresso le loro preoccupazioni per il fenomeno Palin, ritenendo che il pericolo non sia soltanto la sconfitta di McCain il 4 novembre, ma la profonda crisi in cui si lo stesso partito repubblicano starebbe sprofondando. Insomma la paura sta avvolgendo i sostenitori dei due schieramenti in campo e non si tratta soltanto di quell’ansia fisiologica che prende gli staff e i supporters quando manca una settimana alle elezioni. Questa partita sta assumendo un significato in più. La percezione diffusa infatti è che, in un modo o nell’altro, si stia per voltare pagina. E i cambiamenti radicali, si sa, suscitano ansie e paure. Sul fronte democratico sono rivolte a quella parte di America profonda che ancora guarda con paura alla possibilità di avere un presidente nero e a chi vede nel programma politico di Barack Obama una minaccia ai propri interessi.
Per McCain e il partito repubblicano invece questo è un momento cruciale: potranno il liberismo, con la più grave crisi economica della Storia appena iniziata, e un veterano del Vietnam, con il fallimento delle politiche militari di Bush sullo scenario internazionale, essere ancora capaci di conquistare la fiducia della maggioranza degli americani? Una cosa è certa però, la scelta della Palin potrà servire nel 2012, ma in questa campagna rischia di essere ricordata come il primo vero scivolone nella fortunata carriera del più grande guru repubblicano a cui è stata attribuita quella scelta: l’ex uomo Campagan elettorale di George W. Bush, Karl Rove. Soltanto il tempo svelerà all’opinione pubblica mondiale se la più grande potenza globale, faro della democrazia contemporanea, sarà capace di uscire dalla crisi in cui versa superando le paure che la stanno attanagliando in questo momento.

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